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mercoledì, 18 febbraio 2009

Cerco la parola congresso ma non la trovo

A poche ore dal disastro elettorale sardo, dove il PD ha perso oltre 11 punti percentuali rispetto alle elezioni politiche della scorsa primavera e altrettanti rispetto alle precedenti elezioni regionali, il Partito Democratico si sta infilando in un vicolo cieco determinato anche e soprattutto dalla natura poco definita della struttura interna.

Non mi interessa quì analizzare le cause che hanno portato a questo risultato, ma vedere quali possono essere le vie d'uscita organizzative.

Già da un po' di tempo si era cominciato a parlare di possibili leader alternativi, di possibili congressi da farsi prima o dopo le elezioni europee. Sull'Unita' -l'ex organo del partito e attuale giornale dell'ex Presidente Soru - leggo che Ora le ipotesi più credibili in campo sarebbero quella di un'assemblea costituente che incoroni Franceschini fino al prossimo congresso oppure andare subito alle primarie, una soluzione caldeggiata soprattutto dalla "corrente Bersani".
Lo stesso Veltroni questa mattina, nella conferenza stampa nella quale ha spiegato le ragioni delle dimissioni da segretario, ha parlato di congresso. "Ho chiesto a Dario di assumere le responsabilità di questo momento nella speranza che si possa dare rapidamente certezza; ma poi, senza concitazione, si deve svolgere un congresso con una vera discussione politica, non imbrigliata".

Il problema, però, è che non esiste un congresso. Avete capito bene. Lo statuto del PD non prevede un congresso, come organismo. Quindi non capisco proprio attorno a cosa ruoti questa discussione sul congresso. L'organismo deputato a definire  la linea politica è, dovrebbe essere, l'assemblea nazionale, che però non è votata solo dagli iscritti, ma anche dagli elettori (e cosa si iscrive a fare uno?). Ma a differenza di un congresso, gli elettori e gli iscritti possono "partecipare alla scelta dell'indirizzo politico del partito mediante l'elezione diretta dei Segretari e delle Assemblee al livello nazionale e regionale" ma non possono partecipare ad un dibattito per la costruzione della linea politica, non possono votare un documento, o emendarlo o proporre delle tesi contrapposte. Per di più ad oggi questo organismo non esiste ancora. Esiste una assemblea costituente (che temporaneamente dovrebbe svolgere il ruolo di quella nazionale, Norme transitorie Art.45), ma non esiste l'assemblea nazionale. Cioè non esiste l'organismo di indirizzo politico! C'è una Segreteria e una Direzione Nazionale che devono eseguire e rendere operative le decisioni di un organismo che non esiste! Per forza c'è il vuoto!

Questo è quello che succede a prendere la strada del partito "liquido". O meglio è quello che succede a prendere la strada del partito "liquido" per un partito non di destra (perchè per la destra va benissimo, basta un capo).

La mancanza di chiarezza della struttura organizzativa rende poi poco comprensibili politicamente le dimissioni da Segretario di Uolter. Un segretario si dimette se è in contrasto con l'indirizzo dettato dall'organo politico, se c'è stata una bocciatura su un qualche documento o se viene meno la fiducia di chi lo ha eletto Segretario. Al di la' delle beghe personali tra esponenti illustri sono tutte circostanze che non si sono verificate. C'è stato qualche malumore, ma non c'è stata una sconfessione della linea del segretario. Mi pare che, al di là delle belle parole, queste dimissioni siano  indotte da motivazioni più personali che politiche; dimissioni che rischiano di indebolire ulteriormente il partito in questi mesi molto difficili che ci separano dalle elezioni europee.

*** Altre considerazioni sulle dimissioni di Veltroni ***

Ho sentito spezzoni della conferenza stampa e le analisi di Veltroni sembrano a tratti strampalate:

Veltroni sostiene che “dal dopoguerra “non c'è mai stato un ciclo veramente riformista”. Secondo Veltroni il primo centrosinistra degli anni 60 non era riformista e non ha fatto niente?  O indirettamente la spinta dei movimenti tra gli anni sessanta e settanta non hanno trasformato l'Italia? La riforma della scuola, l'apertura a tutti dell'Università, la conquista di un servizio sanitario nazionale, lolo Statuto dei Lavoratori sono tutte riforme che hanno migliorato l'Italia. Certo Veltroni non c'era. Forse voleva dire che lui non è mai riuscito a creare un ciclo riformista.

Dice che questa Italia da Gattopardo non cambia mai, ma subito dopo ammette che Berlusconi ha conquistato l'egemonia culturale (adesso se ne è accorto?) stravolgendo i valori della società costruendo un sistema di disvalori.


di cinghiosff | 12:41 | Link | commenti (2)
politica, pd


lunedì, 02 febbraio 2009

Quale sistema elettorale per le Europee?

Riguardo alle ultime polemiche sulla modifica della legge elettorale per le elezioni Europee, penso che le posizioni dei partiti della sinistra ormai extraparlametari siano un po' esagerate: uno sbarramento al 4% non implica necessariamente un golpe o un attentato alla democrazia. Rischiano una figura patetica e di mostrano scarsissima autoconsiderazione se non pensano di superare uno sbarramento simile. E' evidente la paura di questi partiti di perdere i pochi agganci rimasti con le istituzioni e i relativi finanziamenti.

Tuttavia condivido le ragioni. Quale necessità politca c'è di cambiare la legge elettorale per le europee a pochi mesi dalle elezioni?

A livello teorico il sistema più democratico e rappresentativo è un sistema proporzionale puro. Tuttavia molto spesso in nome di una presunta governabilità (tutta da dimostrare) si inneggia ad un sistema maggioritario o almeno ad uno proporzionale con uno sbarramento per evitare un'eccessiva frammentazione. Di tutte queste ragioni, nel caso delle elezioni europee non ne rimane una. Infatti il parlamento europeo non deve formare o sostenere alcun governo, non ci sono maggioranze da comporre. Quindi che problema c'è ad avere parlamentari che provengono da molti partiti? Se il sistema teoricamente più democratico è utilizzabile anche praticamente, perchè non usarlo?

L'unica ragione sensata da parte del Partito Democratico è quella di racimolare tutti i voti possibili a sinistra ripresentando lo schema del voto utile. Un risultato sotto il 25% - risultato realistico secondo gli ultimi sondaggi - per il PD sarebbe catastrofico per Veltroni e la sua segreteria e forse per l'intero partito.

I dirigenti, si fa per dire, del PD sostengono che una rappresentanza frammentata partiticamente depotenzia la rappresentanza italiana, senza vedere che la credibilità dei rappresentanti italiani è minata da ben altre "qualità" e da ben altri personaggi che non i membri delle piccole formazioni. Inoltre non è che votiamo la rappresentanza italiana nel parlamento europeo, ma dei rappresentanti che insieme ad altri politici europei vanno a formare dei gruppi parlamentari omogenei per idee, non omogenei per nazionalità: c'è il gruppo parlamentare dei socialisti, non quello degli italiani: quindi a maggior ragione la scusa della frammentazione non ha alcun senso! Può darsi che il tal partito in Italia abbia l'1% ma potrebbe andare in un gruppo parlamentare europeo tutt'altro che irrisorio: perchè sbarrare questo seppur modesto contributo ad una causa europea più consistente? 

Portando avanti il ragionamento, però, ha senso presentare liste diverse i cui eventuali eletti vanno a comporre il medesimo gruppo parlamentare? Non sarebbe logico, in linea di massima, avere in tutti i paesi  le stesse liste, che poi dovrebbero corrispondere grosso modo ai gruppi parlamentari. Il PRC e il PDCI attulamente fanno parte dello stesso gruppo europeo il GUE/NGL: ha senso presentare due liste? Capisco che la linea che è uscita dal congresso del PRC abbia sancito che si debba correre sotto il solo simbolo del PRC, ma non è proprio possibile una lista comune? Ad ogni modo sempre preferibile due partiti che vanno nello stesso gruppo che il contrario!





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