A più di un mese di distanza dalla tragedia allo stabilimento della Thyssenkrupp di Torino e dopo che tutti e sette gli operai coinvolti sono morti (la strage è finita non infinita come titolò un giornale alla morte del settimo ustionato!) ritorno sull'argomento per alcune riflessioni riprendendo due due articoli degli amici blogger Marco Giacosa e Carlo Gambescia.
Marco tempo fa denunciava la noiosità delle morti militari in missione e nella discussione che ne era seguita sosteneva "per la situazione attuale mondiale e italiana, io non trovo grosse differenze, a livello concettuale, tra la morte del muratore e quella del soldato."
E' vero, anche un soldato è pur sempre un lavoratore. Ma, a parte la disparità di trattamento dei media tra un morto in missione e un morto sul lavoro, esiste una grande differenza tra la morte di un operaio, o più in generale di un lavoratore dipendente privato e quella di un lavoratore pubblico. Data per scontata l'assurdità del morire per lavoro, un conto è morire per aumentare i profitti di alcuni privati e un conto è morire per soddisfare, almeno in linea di principio, un bene collettivo per una decisione presa da un organo democratico che rappresenta tutta la collettività o al limite per accrescere la ricchezza dell'intera società.
E qui mi riaggancio al post di Carlo nel quale indicava nella ricerca della produttività a tutti i costi la causa delle morti alla Thyssenkrupp. Pur essendo concorde con quell'articolo, il punto per me eticamente insopportabile non è esattamente questo. Il problema non è il produttivismo di cui è malata la società moderna. L'aspetto eticamente insopportabile per me è che le vite umane sono state sacrificate sull'altare dei profitti privati di qualcuno.
In una ipotetica fabbrica di proprietà pubblica se si decidesse collettivamente e democraticamente per il bene comune di aumentare la produttività pur correndo il rischio di diminuire la sicurezza dei lavoratori sarebbe sì riprovevole ma moralmente ancora accettabile. Non così se si corrono questi rischi perchè qualcuno lo ha stabilito privatamente per aumentare i propri profitti. Questo è insopportabile, questo non è umano.
Ma i capitani d'industria, i dirigenti di un'azienda potrebbero fare diversamente? No, perchè andrebbero contro la stessa etica capitalista: fare tutto il possibile per aumentare il valore delle azioni, dei profitti. Potrebbero porre più attenzione alla sicurezza solo se gli "incidenti" arreccassero qualche danno d'immagine all'azienza stessa e quindi un danno ai profitti.
Allora dovremmo tutti impegnarci (a partire dai rinnovi contrattuali) a rendere almeno il mancato rispetto delle leggi e delle norme di sicurezza un comportamento socialmente intollerabile tanto da arrecare danno all'azienda.
Certo una situazione migliore, ma eticamente equivalente: il profitto privato comunque sopra tutto e prima della vita umana. E' l'etica capitalista che è disumana. Come dicevano un tempo socialismo o barbarie.
Marco tempo fa denunciava la noiosità delle morti militari in missione e nella discussione che ne era seguita sosteneva "per la situazione attuale mondiale e italiana, io non trovo grosse differenze, a livello concettuale, tra la morte del muratore e quella del soldato."
E' vero, anche un soldato è pur sempre un lavoratore. Ma, a parte la disparità di trattamento dei media tra un morto in missione e un morto sul lavoro, esiste una grande differenza tra la morte di un operaio, o più in generale di un lavoratore dipendente privato e quella di un lavoratore pubblico. Data per scontata l'assurdità del morire per lavoro, un conto è morire per aumentare i profitti di alcuni privati e un conto è morire per soddisfare, almeno in linea di principio, un bene collettivo per una decisione presa da un organo democratico che rappresenta tutta la collettività o al limite per accrescere la ricchezza dell'intera società.
E qui mi riaggancio al post di Carlo nel quale indicava nella ricerca della produttività a tutti i costi la causa delle morti alla Thyssenkrupp. Pur essendo concorde con quell'articolo, il punto per me eticamente insopportabile non è esattamente questo. Il problema non è il produttivismo di cui è malata la società moderna. L'aspetto eticamente insopportabile per me è che le vite umane sono state sacrificate sull'altare dei profitti privati di qualcuno.
In una ipotetica fabbrica di proprietà pubblica se si decidesse collettivamente e democraticamente per il bene comune di aumentare la produttività pur correndo il rischio di diminuire la sicurezza dei lavoratori sarebbe sì riprovevole ma moralmente ancora accettabile. Non così se si corrono questi rischi perchè qualcuno lo ha stabilito privatamente per aumentare i propri profitti. Questo è insopportabile, questo non è umano.
Ma i capitani d'industria, i dirigenti di un'azienda potrebbero fare diversamente? No, perchè andrebbero contro la stessa etica capitalista: fare tutto il possibile per aumentare il valore delle azioni, dei profitti. Potrebbero porre più attenzione alla sicurezza solo se gli "incidenti" arreccassero qualche danno d'immagine all'azienza stessa e quindi un danno ai profitti.
Allora dovremmo tutti impegnarci (a partire dai rinnovi contrattuali) a rendere almeno il mancato rispetto delle leggi e delle norme di sicurezza un comportamento socialmente intollerabile tanto da arrecare danno all'azienda.
Certo una situazione migliore, ma eticamente equivalente: il profitto privato comunque sopra tutto e prima della vita umana. E' l'etica capitalista che è disumana. Come dicevano un tempo socialismo o barbarie.





